Biglietto da visita

Marco Valentinsig. Oggi i social sono diventati il primo strumento di un’azienda per farsi conoscere e conquistare il cliente prima ancora di fargli un’offerta commerciale.

Rendere un’azienda nota alle persone giuste. Conquistare i decisori prima ancora che ricevano una qualsiasi offerta commerciale. Se serve, anche ripulire il web da notizie dannose. È questo il mestiere di Marco Valentinsig, goriziano, classe 1987, che dopo diverse esperienze ha creato Conpac, una brand reputation company che in maniera discreta e quasi sotterranea sta facendo la differenza nella crescita di diverse aziende, in regione e in tutto il Nord Italia.

Come nasce il professionista Marcopac, citando il suo primo nickname?

“Da ragazzo non ero un nerd, ma un geek: uno che passava ore nei forum quando erano il cuore pulsante di internet. Amministravo community, facevo crescere discussioni, moderavo gruppi e cercavo contenuti davvero interessanti, quelli che tenevano insieme persone completamente diverse tra loro. Lì ho imparato a leggere i comportamenti online molto prima che diventasse un lavoro per tutti. A capire cosa attira l’attenzione, cosa crea appartenenza, cosa fa nascere una comunità reale: erano dinamiche spontanee, non studiate.

È un imprinting che mi porto dietro ancora oggi. Molto di quello che so sulle persone in rete nasce da quegli anni in cui tutto era più grezzo, più vero. E credo che chi ha vissuto quel periodo abbia un vantaggio che non si può improvvisare”.

Voi non siete un’agenzia, perché ci tenete a questa precisazione?

“Per un’azienda l’agenzia di marketing ha il vantaggio di diventare l’unico fornitore per tutta una serie di servizi, dal catalogo ai social, ma rappresenta un modello nato in un’altra epoca. Le agenzie sono strutturate per fare un po’ di tutto, perché devono tenere in piedi un’architettura interna complessa. Questo le porta inevitabilmente a essere generaliste, a diluire le competenze e, spesso, a proporre servizi standardizzati a prezzi molto più alti del valore reale. Oggi il marketing non premia chi fa tutto: premia chi fa bene una cosa e la fa meglio di chiunque altro. Le aziende più evolute, infatti, non cercano più un interlocutore unico: vogliono professionisti verticali, specializzati, con un track record chiaro su una singola area”.

Vi siete verticalizzarsi sui social, perché?

“Per un motivo semplice: oggi rappresentano la prima vetrina di qualsiasi azienda. Prima ancora del sito, prima dei cataloghi, prima di tutto. E nel B2B questo è ancora più evidente: i decision maker guardano LinkedIn molto più di quanto molti imprenditori vogliano ammettere. Io mi occupo solo di questo da anni. Non di ‘social generici’, ma di social B2B, LinkedIn in primis. Lì si costruisce la reputazione reale di un’azienda: come si presenta, che tono usa, che ruolo occupa rispetto ai competitor e, soprattutto, qual è la percezione che genera in chi deve prendere decisioni di acquisto importanti.

Il mio lavoro parte da qui, ma non si ferma qui. Noi siamo una brand reputation company: costruiamo la reputazione da zero, la rafforziamo o, quando serve, la ripuliamo da notizie dannose che continuano a circolare online. È un lavoro molto più profondo del semplice ‘gestire i social’, perché tocca l’immagine dell’azienda nel suo complesso. In questo senso il nostro approccio è diverso dalle agenzie: non lavoriamo spingendo sponsorizzate a caso, ma sviluppando software proprietari che ci permettono di far crescere follower reali, interazioni organiche e riconoscibilità dentro nicchie precise. In pratica, portiamo l’azienda davanti agli occhi giusti, quelli che decidono davvero, posizionandola sopra i competitor”.

Cosa è per lei la ‘reputazione’?

“È ciò che un’azienda rappresenta nella mente delle persone prima ancora che queste abbiano un contatto diretto. È quell’impressione immediata che ti fa dire: ‘questa azienda è affidabile’, oppure ‘non mi convince’. E nasce dall’insieme di segnali che un brand lascia online: il modo in cui comunica, la coerenza nel tempo, la chiarezza del messaggio, la qualità dei contenuti, come risponde ai clienti e anche ciò che di vecchio rimane in rete. È molto semplice: la reputazione decide tutto molto prima del commerciale”.

Perché è così importante?

“Perché decide se verrai cercato, se verrai preso sul serio, se sarai messo nella short list o ignorato. È un filtro potentissimo: può aprire porte o chiuderle ancora prima che tu sappia che esistevano. E quando una reputazione è forte, tutto il resto diventa più facile: vendere, farsi ascoltare, negoziare, costruire relazioni. Per me la reputazione è ciò che ti precede. Se non la controlli tu, la controlleranno gli altri”.

Innovativo è anche il vostro modello organizzativo, ce lo spiega?

“Nella mia prima esperienza imprenditoriale avevo un ufficio fisico, come fanno tutti. Poi, lavorando con gruppi strutturati, ho capito una cosa molto semplice: è sempre il consulente che va dal cliente, mai il contrario. L’ufficio serviva più a ‘sentirsi’ un’azienda che a svolgere davvero il lavoro. Quando ho creato la mia nuova realtà ho scelto un modello diverso, totalmente orientato al digitale e al benessere delle persone. Lavoriamo a progetto, da remoto, con grande responsabilità individuale. Chi ha figli può gestire i propri orari, chi ha impegni può occuparsene senza chiedere permessi. E paradossalmente questo aumenta la produttività, non il contrario. Naturalmente non è replicabile per tutti: chi ha investito in stabilimenti, macchinari e produzione fisica ha esigenze diverse e lo rispetto pienamente”.

Parliamo di imprese friulane, qual è il loro approccio con il vostro mondo?

“Mediamente hanno un approccio molto prudente. Per molte di loro il marketing è ancora un costo, non un investimento strategico.

E questo produce una situazione paradossale: aziende straordinarie, leader nei loro settori e riconosciute in tutto il mondo, hanno una presenza digitale che non rispecchia minimamente il valore che esprimono. Per anni ho creduto fortemente nel territorio e ho lavorato quasi esclusivamente qui. Poi mi sono accorto di una cosa: si parla molto di innovazione, ma la si interpreta ancora come ‘strumenti nuovi’. In realtà l’innovazione vera è mentale, culturale. Gli strumenti vengono dopo. Finché questo passaggio non avverrà, il Friuli continuerà a produrre eccellenza che rimane invisibile.

Ed è un peccato, perché qui sappiamo lavorare in modo impeccabile, ma fuori dai confini spesso non emerge quanto valore reale ci sia dietro le nostre imprese”.

È facile spiegare a un imprenditore o manager cosa fate?

“La difficoltà principale non riguarda i nostri servizi: riguarda il contesto culturale in cui questi servizi vengono percepiti. Quando parlo con loro, noto spesso un sincero interesse per ciò che facciamo. Il nostro posizionamento è diverso da quello delle agenzie tradizionali e questo incuriosisce. Il punto, però, è che molte aziende strutturate hanno già un’agenzia di riferimento e, comprensibilmente, si fidano di ciò che conoscono. Il problema nasce quando l’agenzia non ha gli strumenti o la competenza per spiegare cosa facciamo realmente. E questo accade più spesso di quanto si pensi: purtroppo il livello medio del mercato, soprattutto in aree più conservative, è piuttosto basso. Di conseguenza l’imprenditore non rifiuta il servizio: semplicemente non riesce a capirlo perché nessuno di fidato glielo sa spiegare. Il nostro vero competitor, infatti, non sono le altre aziende del settore: è la mancanza di un cambio culturale. Fuori regione questo non succede: i servizi vengono compresi e scelti con grande rapidità. Collaboriamo anche con molte agenzie che acquistano le nostre soluzioni per i loro clienti, segno che quando c’è consapevolezza professionale, la collaborazione nasce spontanea. Qui in Friuli, invece, c’è ancora una forte familiarità con la comunicazione ‘alla vecchia maniera’: gadget, calendari, agende, materiali Anni Novanta che hanno un valore affettivo, ma non strategico. È un modello rassicurante, ma non è più competitivo”.

È solo un problema di età dell’interlocutore?

“No, non è un problema di età. Anzi: mi capita spesso di parlare con imprenditori e membri di board che hanno superato i sessant’anni e che capiscono perfettamente ciò che facciamo. Hanno figli che vivono sui social, seguono le dinamiche del digitale e percepiscono subito quanto il tema della reputazione sia diventato decisivo. Quello che noto, invece, è una differenza di mentalità. Ci sono imprenditori molto giovani che considerano il marketing un accessorio e altri più maturi che lo vedono come uno strumento strategico. L’età non incide quanto si pensa, conta di più l’attitudine a guardarsi avanti”.

Lei ha collaborato anche con grandi nomi friulani?

“Ho avuto la fortuna di lavorare con molti dei principali player del territorio: Eurotech, Danieli Automation, Fantoni, Calligaris. Con alcuni di loro abbiamo costruito community praticamente da zero, trasformando profili poco attivi in piattaforme capaci di generare attenzione, credibilità e interazioni costanti da parte di professionisti del settore. Un caso emblematico è proprio quello dell’acciaieria Abs, dove abbiamo contribuito ad ampliare in modo significativo la loro community digitale, portandola a dialogare con un pubblico molto più ampio e internazionale rispetto al punto di partenza”.

E di fuori regione?

“Oggi veniamo contattati da aziende di tutta Italia, spesso gruppi molto strutturati: collaboriamo ad esempio con il gruppo Alimac, con LoJack, con Laticrete. Spaziamo dall’industria chimica ai materiali per l’edilizia, dalla produzione industriale alla tecnologia. Lavoriamo anche con team marketing esteri, che ci chiedono di migliorare la qualità delle interazioni e la percezione dei loro brand sui social professionali. E questo ci porta a collaborare con realtà molto diverse tra loro: da aziende da dieci milioni di euro di fatturato fino a gruppi che superano abbondantemente il miliardo. I risultati variano da settore a settore, ma il filo conduttore è sempre lo stesso: far emergere nel digitale la solidità di realtà che nella vita reale sono già enormi, ma che spesso online non riflettono appieno il loro valore. E quando questo gap si chiude, i cambiamenti si vedono subito”.

Ha ancora senso un’intervista su un giornale cartaceo come quella che sto facendo a lei?

“Il cartaceo ha ancora un significato per chi gli attribuisce un valore simbolico: sfogliare, conservare, ritagliare. È una forma di comunicazione che appartiene a un certo immaginario e per alcune persone resta importante. Ma se parliamo di valore strategico, oggi contano i dati. E purtroppo la carta non ne produce. È una comunicazione che lascia sensazioni, non informazioni. Oggi il valore non lo dà solo ciò che si comunica, ma ciò che si può misurare”.

Apparire il giusto

Social sì, ma con moderazione e soprattutto in maniera mirata. È questa la raccomandazione che Marco Valentinsig dà ai normalissimi navigatori, specie quelli con qualche anno in più.

Quanti profili social personali ha?

“Sono presente solo su due piattaforme: Instagram e LinkedIn. Non vivo di visibilità personale, ma credo molto nel valore del personal branding soprattutto per chi guida un’azienda. Le persone, per natura, seguono altre persone. I clienti, i fornitori, i partner: tutti si fidano più facilmente di un volto, di un’opinione, di una posizione chiara espressa da un individuo, piuttosto che di una comunicazione istituzionale anonima. Per questo ritengo che ogni Ceo dovrebbe esporsi di più, raccontare la propria visione, condividere competenze e punti di vista”.

Anche lei pubblica foto di micini, della sua cena o di lei spiaggiato come un cetaceo?

“Lo evito accuratamente: probabilmente perderei quote di mercato nel giro di una settimana. I social li uso solo per lavoro. In passato condividevo anche la mia vita personale, ma ho capito che esporsi in quel modo crea dinamiche spiacevoli e soprattutto irrilevanti per ciò che faccio. Oggi la mia presenza online è molto più selettiva: racconto dove andiamo, con chi collaboriamo, i progetti che stiamo sviluppando e i risultati che portiamo. Il mio pubblico è composto principalmente da titolari d’azienda, marketing manager e professionisti del settore. Persone che cercano contenuti utili, non intrattenimento. Nel mio lavoro non serve apparire di più, ma apparire meglio. E questo richiede selezione, non sovraesposizione”.

A quanti anni darebbe in mano a un figlio lo smartphone?

“Non credo che la domanda giusta sia ‘a che età’, perché la tecnologia non è mai un problema in sé: il problema è come la si usa. Vedo persone di sessant’anni che passano ore a fare scroll infinito guardando video insensati, senza alcun filtro critico. E allo stesso tempo conosco ragazzini di 10 anni che utilizzano lo smartphone per costruire piccole app, imparare a programmare o approfondire temi che gli adulti ignorano. Questo dimostra che l’età non è un indicatore affidabile”.

Qual è la sua attività preferita off line, cioè nella vita vera?

“Leggo moltissimo. È la mia attività preferita e probabilmente quella che mi mantiene in equilibrio. Approfondisco soprattutto temi legati al neuromarketing, ai comportamenti delle persone e ai meccanismi che guidano le scelte, tutto ciò che, in modo diretto o indiretto, influenza la percezione dei brand. È una curiosità che porto con me da sempre, non la vivo come un hobby ma come un modo di capire davvero come funzioniamo. A questo affianco una seconda routine a cui tengo molto: mi alleno ogni giorno. Alle 6.30 sono già in palestra. Mi piace l’idea di allenare la mente ma anche il corpo, di mantenere disciplina e lucidità su entrambi i fronti. È un’abitudine che mi dà ordine, energia e chiarezza mentale”.

Ha un prossimo obiettivo?

“Dopo tre anni di lavoro sta per uscire il mio primo libro: Reputation Marketing. Per me è una grande soddisfazione personale. È un progetto che racchiude tutto ciò che ho imparato osservando e lavorando con aziende molto diverse tra loro”.

Servizio a cura di Rossano Cattivello. Fotografie: Studio Immagine. Il Friuli Business, dicembre 2025.

Il Friuli Business, dicembre 2025, pagine originali 1

Il Friuli Business, dicembre 2025, pagine originali 2

Il Friuli Business, dicembre 2025, pagine originali 3